i tavoli dell’anniversario.
Si sentivano risate, posate, una band che suonava dolcemente all’interno.
Nessuno mi seguì.
Nessuno corse dietro di me per dirmi che mia madre aveva esagerato, che mio fratello era un idiota, che almeno mio padre avrebbe dovuto guardarmi negli occhi.
Niente.
Io ero l’errore domestico della famiglia.
Il figlio che puliva i pavimenti in un’azienda di completi stirati e riunioni dirigenziali.
Il promemoria vivente che il cognome non bastava a rendere prezioso qualcuno che non riusciva a stare dentro la vetrina della famiglia.
Camminai fino alla fermata